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Bibliografia di riferimento -----> A. J. Greimas, Du Sens 2. Essais sémiotiques, Paris, Seuil, 1983; tr It. Del Senso 2. Narrativa, Modalità, Passioni., Milano, Bompiani, 1984. De Certeau M., L’invenzione del quotidiano, tr. It. Roma, Edizioni Lavoro, 2001 Dizionario Fondamentale della Lingua Italiana, Firenze, DeAgostini , 1994 Marrone G., Corpi Sociali. Processi comunicativi e semiotica del testo, Torino, Einaudi, 2001 Marrone G., Intorno allo sbattitore: l’oggetto, i testi. Di prossima pubblicazione su: Versus, numero monografico sugli oggetti, a cura di M. Deni N. Dusi e S. Nergaard (a cura di), VS 85/86/87, Sulla traduzione intersemiotica, Bologna, RCS libri, 2000 P. Fabbri, G. Marrone (a cura di), Semiotica in nuce I, Roma, Meltemi, 2001 J. M. Lotman, Il girotondo delle Muse, Moretti & Vitali, Bergamo, 1998
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martedì, luglio 08, 2003 Il ripostiglio… uno spazio marginale? Vorrei partire citando le prime righe di un lavoro di G. Marrone sullo sbattitore[1]. “Ci sono oggetti meno familiari di altri, di quelli che non hai mai avuto occasione di notare, sui quali non hai mai fissato l’attenzione e forse nemmeno lo sguardo. Sai che c’è nel mondo qualcosa che ha quella forma li, una forma che talvolta hai visto in certi ambienti, ma questo non ti basta né per conoscerne la funzione ne per identificarla. Rispetto a questi oggetti ti manca non solo il saper fare pratico (come si usa?) ma anche una basilare competenza lessicale (come si chiama?) e persino referenziale (che cos’è?). Un oggetto del genere è stato per noi, a un certo punto, lo sbattitore”(corsivo e grassetto mio). Ho voluto iniziare citando Marrone poiché mette bene in evidenza un aspetto che è quello della marginalità di taluni oggetti. La semiotica, a mio parere, si dimostra utile nell’indagare quegli “elementi” della vita quotidiana (in questo caso lo sbattitore) che per comodità potremmo definire marginali. Questi elementi diventano marginali, appunto, in base al valore che, in quanto soggetti sociali, noi attribuiamo ad essi. La semiotica e il suo occhio “profondo” riescono, però, ad indagare aspetti che potrebbero mettere in crisi questa presunta marginalità loro attribuita. Marrone scrive di “oggetti meno familiari di altri” che talvolta sono stati visti in certi ambienti ma che “questo non ti basta né per conoscerne la funzione ne per identificarla”. E se questo oggetto fosse invece più familiare di altri? Se questo oggetto, il nostro oggetto, fosse invece uno spazio che tutti conoscono, che tutti hanno visto e che in culture diverse assume forme differenti?[2] Uno spazio familiare del tipo accennato sopra, nella cultura italiana, potrebbe essere ad esempio il ripostiglio! Chi non ha mai visto un ripostiglio nella sua vita? Ma cos’è veramente un ripostiglio? Quale sorprese può riservare il semplice aprirne la porta, varcarne la soglia? Aprendo il Dizionario Fondamentale DeAgostini alla voce ripostiglio si legge: “nelle abitazioni stanzino dove si conservano cose e oggetti di vario genere.”[3] Da questa breve e superficiale definizione, che andrebbe approfondita sfogliando un ben più completo dizionario, emergono già alcune caratteristiche di questo spazio: è piccolo, marginale, “dove si conservano oggetti di vario genere”. Mi soffermerei, intanto su quel “vario genere”. In questo spazio piccolo e angusto può finirci qualunque cosa, qualunque cianfrusaglia indipendentemente dall’utilità che questa possa assumere per il soggetto sociale nel momento stesso del suo posizionamento nello spazio. È esperienza comune di tutti noi quella di fiondare nel ripostiglio qualunque oggetto, compresi quelli che potrebbero essere più comodamente buttati nell’immondizia. Pur di non buttare un oggetto che per noi ha significato tanto, ci illudiamo che possa servirci in futuro. In effetti alcuni oggetti vengono riutilizzati anni dopo ma il più delle volte con significati completamente diversi. In qualche modo vengono risemantizzati[4] per usare un termine caro a Lotman. Il ripostiglio, dunque, ci è presente, passato (poiché è carico di oggetti provenienti da diverse “epoche” della nostra vita) e può diventare anche futuro nell’atto di conservare un oggetto. La dimensione temporale del ripostiglio potrebbe suggerirci di guardare al ripostiglio come ad uno spazio in continua “trasformazione”: uno spazio che può perdere alcuni suoi elementi e può acquisirne altri in fasi diverse della propria vita. Questa trasformazione è in qualche modo una “traduzione della propria vita” in un organizzazione spaziale (del ripostiglio) variabile. Potremmo vedere nella disposizione degli oggetti nel ripostiglio un linguaggio vero e proprio che muta in funzione dei soggetti. I processi di trasformazione (o traduzione), in questo caso, avvengono all’interno dello stesso linguaggio e si può parlare, al tal proposito, di “traduzione endolinguistica o riformulazione [che] consiste nell’interpretazione dei segni linguistici per mezzo di altri segni della stessa lingua.[5] Visto in questa prospettiva, il ripostiglio assume diversi livelli di complessità: non più luogo marginale ma centro nevralgico della vita di un soggetto sociale che pratica lo spazio traducendo continuamente il “se passato” in un “se presente” riservando elementi “intraducibili” come “risorsa di informazione” per le traduzioni future.[6] [1] G. Marrone, Intorno allo sbattitore: l’oggetto, i testi. Di prossima pubblicazione su: Versus, numero monografico sugli oggetti, a cura di M. Deni [2] Mi riferisco, ad esempio, all’”angolo nero” di cui parla Lotman a proposito del testo architettonico (J.M. Lotman, Il girotondo delle muse, 1998 Moretti & Vitali pag. 50 [3] Dizionario Fondamentale della Lingua Italiana, 1994 DeAgostini , pag. 835 [4] J.M. Lotman, Il girotondo delle muse, 1998 Moretti & Vitali [5] cit. in Versus, Sulla traduzione intersemiotica, 2000 a cura di N. Dusi e S. Nergaard, pag 4 [6] N. Dusi, Introduzione. Per una ridefinizione della traduzione intersemiotica in Versus, Sulla traduzione intersemiotica, 2000 a cura di N. Dusi e S. Nergaard, pag 16 postato da
cicciobrutto |
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